30 giugno

Riesumo il blog (sono tipo TRE ANNI che non scrivo più quindi preparatevi per un post pallosissimo XD) solo perché è una giornata un po’ speciale.

I minuti sull’orologio sgocciolano portandosi via il mio contratto da prof. A mezzanotte scadrà il mio mandato. La mia validità. Il mio incarico. Sono tipo un barattolo di yogurt, toh. La prof. Agne è prof. fino al 30 di giugno (poi auguri per scovare un’altra botta di fortuna come quest’anno -oh, Renzino sarà quello che è ma intanto io ho avuto 6 cicciosi mesi di scuola tutti per me).

Tra l’altro la faccenda è questa. Due anni fa ho non-fatto il Tfa (il tirocinio abilitante, nda) basically perché sono una polla e non avevo più voglia di studiare. E quindi zitta e buona mi sono beccata un 2015 che non raccomando a nessuno (oh, niente tragedie, per carità, anzi avercene, ma insomma, lavorativamente parlando… vabbè oh, me la sono cercata).

POI la luce in fondo al tunnel. Una chiamata vicino a casa (chiamata che è durata 2 minuti, poi è stata seguita da un’altra chiamata modello “ops, nevermind, c’è Tizio prima di lei in graduatoria” e Agne è stata rimessa al suo posto).
Ranteggiando a tutto spiano, mi attivo per cercare altro quando mi chiamano da Menaggio.
“La chiamiamo per il posto in organico potenziato… è ancora disponibile?”
“AVOJA, CI’, son già lì, tieni in caldo il contratto.”
(No, non ho risposto così. Mi sono limitata a strillarlo interiormente. Al telefono ho risposto con molto più aplomb. Poi ho chiuso la telefonata e sono andata su Google a cercare “What’s Menaggio” -cit.)
(No, really, i laghee all’ascolto mi scusino, ma a gennaio avevo un’idea della geografia del lago di Como che faceva spavento. D’altronde, io sono quella che pensava che Genova non fosse così a sud del Po. Ma sto divagando.)
(Ao’, che volete, la mia classe di insegnamento è storia e filosofia, geografia non è compresa.)

Insomma. Menaggio.
Un incrocio di probabilità abbastanza irreale, se uno ci sta a pensare. Ma era lì, ad aspettarmi.

Poi oh, capace che uno pensi che mi monti la testa. “Uuuuh, la prof. Agne, chessarammai, capaci tutti.”
Che non è vero, come non è vero che sono stata la meglio prof del lago. Ho desiderato follemente di picchiare uno dei geometri con il cellulare che stava usando incurante della sottoscritta, per dire. Ho disturbato le aule del pianoterra con i miei urlacci rivolti a classe insubordinate. Non avevo la benché minima idea di cosa volesse dire insegnare.

Non ne ho avuto idea fino a che non mi hanno lanciato in un’aula dicendo “Manca il collega di italiano, alè op, intrattienile”.
E mi sono ritrovata di fronte una ventina di fanciulline di 16 anni. Del turistico. Dopo le vacanze di Natale. Like, che cosa vi faccio fare ora?! *segue panico diffuso della novella prof. tipo gazzella in mezzo a un branco di leonesse annoiate*

E lì, il provvidenziale Potere Della Botta Di C***.
Le fanciulle dovevano fare Dante.
Divina Commedia.
Inferno.

Capirai la BdC, direte voi.
E INVECE.
Il karma (che peraltro non mancherà di irridermi parecchie volte nei giorni successivi) mi benedisse con il canto X. Farinata degli Uberti. Il MIO Manente di Iacopo.
Ho attaccato a parlare infoiata come una preadolescente inglese davanti agli One Direction.
Morale.
“Oh prof., Dante spiegato così quasi quasi mi piace.”

E da lì ho capito il trucco. Ho capito che c’è sempre una via di mezzo per spiegare le cose a ‘sti ragazzi, anche se sono geometri al quarto anno e di Leopardi buon’anima sinceramente non ci interessa tantissimo. Forse basta chiamarlo Leo e spiegargli i brani facendo esempi sulle Ducati. O dire alle ragazze di cui sopra che il Petrarca di Solo e pensoso i più deserti campi è una di noi dopo una cotta finita male, chiusa in camera con il barattolo di Nutella.
(Giuro, l’ho fatto davvero.)
Forse basta dire loro che sì, ragazzi, i verbi da declinare sono proprio una palla e in cantiere la divisione del testo narrativo non la chiederanno mai, ma proviamo a vedere se c’è modo di divertirsi, su ‘ste cose. O se c’è un motivo sulla fatica di imparare cose difficili, magari a memoria.

E così sono sopravvissuta ai miei sei mesi, tra alti e bassi, tra “I MIEI PULCINI MA BAWWW LI ADORO” e tra “…ma dici che se li lancio dalla finestra e dietro gli lancio anche lo smartphone sono perseguibile per legge?”, tra i bidelli con cui ho fatto amicizia e i colleghi che alla fine della giornata/collegio/incontro/uscita hanno sempre avuto un sorriso apposta per te.

E nulla. È che magari ho anche fatto un sacco di pasticci, ma ci ho creduto davvero. E mi è piaciuto un sacco.
Piaciuto perché è bello quando puoi raccontare qualcosa che ti piace in modo da farlo piacere anche a loro. Perché è bello quando ti scrivono “fossero tutti come lei” o “grazie per tutto l’aiuto che ci ha dato”. Perché è bello quando ti riconoscono per strada e ti salutano dall’altra parte della strada, “SALVE PROF!”.
Niente, tutto qui. È che ripenso a tutte le arrabbiature e a tutte le fatiche e alla nostalgia che ti prende quando sai che hai poco più di un’ora per farti legittimamente chiamare prof., ma poi ti ricordi di quella volta che hai detto a uno dei tuoi alunni grandi di quinta “Guarda Dario, se poi hai bisogno, la mia mail ce l’hai, mi scrivi, va bene? Ché io di fare la prof. col cronometro da cucina, DING!, tempo scaduto, non è più la mia ora di lezione, non ho proprio voglia.

E allora al diavolo il 30 di giugno. La prof. Agne non è uno yogurt, apparentemente. Ed è sempre l’Agne che x anni fa (no, davvero, troppi) aveva scritto, sempre qui, che “con la tua laurea…”

Hai in mano i tuoi futuri studenti, che ti guarderanno e dovranno trovare in te un motivo in più per osare sapere. Non saranno numeri e nomi di carta, saranno mani da stringere, occhi a cui sorridere, domande a cui rispondere, non vasi da riempire ma fuochi da accendere (e alimentare).

E nulla, ho scritto 1000 e passa parole. Non so se ci sia ancora qualcuno vivo.
Se c’è, grazie dell’ascolto. E a presto su questi schermi, spero.
Come mi ha detto una mia collega facendomi sciogliere, “questo è davvero il tuo lavoro“. E allora impegnamoci.

La prof. Agne

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