Via Francigena (Siena, 05/08 – Roma, 16/08)

Via Francigena (Siena-Roma)

Cammino di 12 tappe, 12 parole, 270 km e una meta.

Prima viene Siena, la partenza.
Lo zaino da preparare, le mappe da confrontare. Qualche sorriso un po’ emozionato e un po’ nervoso, una meta negli occhi e nel cuore. La prima sveglia alle cinque, il sole che sorge e tanti chilometri davanti ai piedi. Pronti, via.

La prima tappa è Ponte d’Arbia, l‘incontro.
Arriviamo alla prima tappa alla sera, dopo aver scoperto che i chilometraggi millantati dalla guida erano fin troppo ottimisti. Entriamo in ostello, posiamo lo zaino e ci lasciamo cadere sul letto, disinteressate a qualsiasi cosa che non sia cibo e riposo.
Poi la sorpresa: incontriamo un gruppo di altri pellegrini. Matteo, Antonio, Jan, Leidy, Alberto: nomi nuovi che presto diventano familiari, nomi che si uniranno ad altri nomi una settimana dopo. Nuovi sorrisi, nuove storie. Un cammino da condividere.

La seconda è San Quirico, il perdersi.
Perché seguire le mappe se la strada è indicata così bene? Fu così che la strada divenne sterrato, lo sterrato tratturo, il tratturo sterpaglia, la sterpaglia rovi e i rovi un campo di girasoli. Dopo ore e chilometri decidiamo che è caso di tornare al punto di partenza e di cercare una strada nuova.
Qualcuno un giorno mi disse che il modo migliore di conoscere un luogo è scegliere una strada a caso senza preoccuparsi troppo di dove porta: è la verità. Lo splendore dei dintorni ci fa dimenticare il disappunto. Perdersi, e poi ritrovarsi: anche questo è cammino.

La terza è Radicofani, la salita.
Radicofani spicca con la sua rocca ad un’altezza di 800 metri. I 300 metri di dislivello che ti separano dalla meta sembrano non finire mai e i sentieri che dovrebbero risparmiarti un po’ di asfalto spariscono tra campi e rocce dopo venti metri.
Nello sconcerto di una salita che non si sa da che parte prendere, la signora Bruna, proprietaria di un podere isolato ti arriva in soccorso, ti indica la strada e ti chiede se hai bisogno di qualcosa: all’improvviso, la via non ti sembra più così brutta e la rocca, finalmente, si avvicina.

La quarta è Acquapendente, il confine.
In questa tappa raggiungiamo il confine tra Toscana e Lazio.
Prima di partire ci avevano detto “Guardate, il primo giorno camminate, il secondo già di meno, il terzo vi distrugge, dal quarto andate”: è la verità. La quarta tappa è anche il confine tra “non ce la faremo mai” e il “Roma arriviamo!”. È il rendersi conto che nessun ostacolo (nemmeno 5 orrendi chilometri sulla trafficatissima Cassia moderna) può mai separarti dalla metà che porti nel cuore.

La quinta è Bolsena, l’acqua.
Bolsena sorge sulle rive di un lago, la cui vista ci accompagna lungo tutto il cammino. Il panorama si apre, le colline lasciano posto alle valli e al piano.
A casa l’acqua non è un problema, la procuri facilmente ovunque vai; il cammino ce ne insegna il peso e il valore, soprattutto nelle stradine assolate in mezzo ai campi.
L’ostello in mezzo al bosco, pur con gli inaspettati chilometri per raggiungerlo, ci appare come una benedizione.

La sesta è Montefiascone, il vino.
Montefiascone è famosa per il suo vino, e il vino è il simbolo della festa. Arriviamo nella città durante la sua sagra ed è l’occasione di stare insieme, di condividere tavola, racconti e risate. Il cammino ti insegna anche la gioia, che spesso arriva inaspettata quando la fatica vorrebbe appannare l’entusiasmo del cammino.

La settima è Viterbo, la condivisione.
A Viterbo siamo ospiti dei Cappuccini.
Nella stanza per i pellegrini troviamo cinque ciclisti diretti anche loro a Roma. Con i ciclisti è più strano rapportarsi: se incontri dei pellegrini a piedi è facile ritrovarsi a fine tappa, ma chi viaggia in bicicletta ti fa compagnia per al massimo una sera.
Non importa: la cena, i racconti, i sorrisi sono condivisi nella convivialità più bella e spontanea, come se ci si conoscesse da una vita. L’augurio di buon cammino, datoci il giorno dopo, si arricchisce di volti e storie.

L’ottava è Vetralla, la fiducia.
A Vetralla arrivo in treno, complice la difficoltà della tappa e la paura di rimanere senza fiato in mezzo al nulla. Le mie due compagne mi aspettano nella piazza principale del paese e io conto di arrivarci senza troppi problemi; peccato che la stazione di Vetralla fosse a cinque chilometri dal paese.
Un signore autoctono, valutato il mio grado di disperazione, si offre di darmi un passaggio. Mentre raggiungiamo la cittadina, valuto come “mai mettere limiti alla Provvidenza” si stia rivelando quanto mai attuale.

La nona è Sutri, il bosco.
Alla nona tappa si comincia a sentire tutta la stanchezza del cammino. Manca poco a Roma, ma la strada sembra allungarsi invece di diminuire.
Verso Sutri la tappa si dipana tra boschi e noccioleti: l’ombra e il vento fresco sono un sussurro di conforto.

La decima è Campagnano di Roma, la fatica.
La strada per Campagnano è per un terzo ancora Cassia. Autostrada a quattro corsie, tir e auto da evitare ad ogni metro e il sole che batte sull’asfalto: mentre arranchiamo verso l’oratorio che ci accoglierà quella sera la tappa viene categoricamente bollata come La peggiore tra le tappe.
Eppure, penso quella sera, camminando tra le viuzze del centro, anche questo fa il cammino. Come diceva Platone, Tutte le cose grandi sono rischiose e il bello, come si dice, è veramente difficile.

L’undicesima è La Storta, l’attesa.
La Storta è un percorso piuttosto piacevole nel verde del Parco Nazionale di Veio. Il cammino è ormai alla fine e l’attesa di Roma sta per terminare. In un momento di follia, pensiamo che potremmo addirittura arrivare in città in serata, ma poi riconsideriamo l’idea a favore di una mezza giornata di riposo alle porte della Città Eterna.
Il cammino è anche, e soprattutto, attesa: è guardare, incontrare, vivere per raccontarlo. Il cammino è attesa paziente di una meta che si costruisce nei passi di ogni giorno.

La dodicesima è Roma, l’arrivo.
Dopo i soliti chilometri di tremendo asfalto trafficato, la salita a Monte Mario (Mons Gaudi, il Monte della Gioia per i pellegrini diretti a Roma) ci apre la vista della città davanti agli occhi.
Qualche passo più in là ci aspetta San Pietro: il percorso è terminato.
Sei così concentrato sulla meta che ti dimentichi del viaggio, avevo letto in un racconto prima di partire; in effetti, l’arrivo a Roma ti riempie di una sconvolgente, insospettabile nostalgia. Mal di cammino, lo chiamano i pellegrini: quella voglia di non smettere mai, di procedere oltre. Di sognare un’altra meta, un’altra strada, nuovi incontri e nuovi passi.
All’ospitale ci si saluta con “Buon cammino!”: non c’è una fine, c’è solo un altro pezzo di strada.
Ultreya y suseya, il grido adottato dal cammino di Santiago: più avanti e più in alto! In alto i cuori, lo sguardo e la gioia di un nuovo percorso.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in StoRia, Viaggi e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...