Non occorre guardare per vedere lontano

All’inizio è la curiosità, mista a vaga preoccupazione.
Poi è il bastone e la mano appoggiata sul muro.
Poi le luci si abbassano, fino a scomparire del tutto.
Ed è il panico totale.
 
Poi è Raoul, la nostra guida non vedente.
Le sue mani, che tengono le tue.
Il suo abbraccio, che ti sposta dall’angolo contro cui continui a sbattere insistentemente tentando di trovare la strada per andare avanti.
Il suo sorriso, che non vedi ma sai, senti.
La sua voce, che ti guida e non ti lascia mai sola.
La sua domanda, all’inizio "Come vi chiamate?" che stempera subito metà della paura.
 
Poi sono le persone che sono con te.
Le loro voci, le loro mani, che impari a riconoscere.
E le domande, le richieste di aiuto, le frasi spezzate a metà.
"Mi aspettate?!"
"Aiuto, mi sono persa!"
"Dove siamo?"
"Cos’è questo?"
"Raoul, non ti sento più!! Dove sei?!"
"Chi sei?"
"Chi ho davanti?"
 
Poi sei tu.
Vedente non vedente per un’ora o poco più.
Tenti di trovare la strada con il tuo bastone e le tue mani, goffa come non mai.
Insomma, all’inizio è complicatissimo. E inquietante. Poi Raoul mi viene vicino, mi prende le mani e mi chiede "Sono gelate. E’ il gelo del terrore?"
E allora tutto si risolve in una risata, si inizia ad aiutarsi (chi trova per primo gli oggetti che Raoul ci descrive aiuta gli altri ad arrivarci), ci si conosce (dalle mani, dalle voci, dai vestiti…) e si impara a usare gli altri sensi.
Alla fine, prendendo un caffè (sempre rigorosamente al buio), Raoul ci parla di lui, della sua vita da non vedente e ci confrontiamo insieme.
All’inizio una ragazza ha chiesto a Raoul se l’avremmo visto, alla fine del percorso. Raoul ha preferito di no. "Non che sia particolarmente spaventoso o altro Linguaccia ma preferisco che voi mi conosciate così, come io conosco voi".
 
Una stretta di mano, alla fine, e un saluto, a chi è diventato aiuto per un momento, a chi non vedendo vedeva meglio di noi. Un’esperienza che merita, tanto. Non costa quasi niente e regala tanto di più.
 
 
 
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