Lettera al Presidente – Giovanni Maria Bellu (L’Unità)

Presidente Berlusconi,
una premessa: è molto complicato scriverle, fin dalle prime righe. In una prima versione di questa lettera, avevo scritto «Caro presidente». È una formula di stile, che prescinde dal fatto che il destinatario sia realmente «caro» al mittente. Quando la si usa rivolgendosi a un esponente delle istituzioni, quale lei è, si vuole esprimere un’idea di «familiarità nazionale». Si vuol dire che, anche se si hanno idee molto diverse attorno alla politica, si riconosce l’esistenza di valori condivisi. Si sa che esiste un luogo, per quanto estremo, nel quale è inevitabile ritrovarsi. Quello è, appunto, un luogo «caro» perché è la casa comune dove sempre si torna anche dopo aver percorso strade divergenti, aver visitato luoghi lontanissimi tra loro. Con quella parola, «caro», infatti, cominciano anche le missive più dure e più risentite.

Con «egregio», «spettabile» etc. cominciano invece le lettere che danno per presupposta una distanza, a volte già incolmabile. È stato dopo questa riflessione che ho cancellato il «caro» ma non l’ho sostituito con l’«egregio» o con lo «spettabile». Il fatto è che spero che la distanza non sia incolmabile ma, contemporaneamente, non vedo più la casa comune. C’è poi un’altra difficoltà. È proprio questo giornale che lei ha spesso offeso. Non solo, ha offeso personalmente dei giornalisti di questo giornale per il solo fatto che le rivolgevano una domanda a lei sgradita. E l’ha fatto senza argomentare, senza motivare. Applicando meccanicamente il giudizio di condanna del comunismo che, a quanto pare, è l’unico «male assoluto» che lei ha individuato nella storia. Irridendo i percorsi dolorosi, la fatica di riconoscere gli errori. Ignorando quello che è stato qua, in Italia, il comunismo e quanto hanno fatto quelli che combattevano in suo nome per costruire la democrazia e per difenderla in tanti momenti cruciali. Adesso lei si domanderà perché comunque abbia deciso di scriverle. Tra l’altro interrompendo, sia pure per qualche minuto, le tante attività della sua giornata lavorativa. Il fatto è che scriverle, e questo lei dovrebbe apprezzarlo, è un modo di non spezzare definitivamente quel filo sottile che conduce alla casa comune. Perché, presidente Berlusconi, la casa comune siamo obbligati a cercarla fino alla fine, ostinatamente, utopicamente persino. Dobbiamo cercarla perché, nostro malgrado, siamo nati nello stesso paese.

Ecco, arrivato a questo punto ho riletto le prime righe e ho provato un senso di disagio. Mi sono accorto di averle appena scritto una cosa del tutto ovvia. Una di quelle cose che si insegnano, o forse si insegnavano, ai ragazzini nelle lezioni di educazione civica. I principi che molti di noi, di certo i più fortunati tra noi, hanno appreso in famiglia. Dalle madri, dai padri, dai nonni. È stata l’improvvisa consapevolezza della sua età – lei è un uomo anziano, alle soglie della vecchiaia – che mi ha suscitato quella sensazione di incongruità. Lei, infatti, queste cose non solo dovrebbe saperle ma dovrebbe aver cominciato a trasferirle ai suoi nipoti. Perdoni questa lunga premessa. In realtà non devo dirle molto altro. Solo che ho vent’anni meno di lei e sono cresciuto, come tutta la mia generazione (e come quella che l’ha immediatamente preceduta e quelle che sono venute dopo) con l’idea della «casa comune». Era una casa lontana, edificata con i mattoni della memoria che erano stati creati, prima che noi nascessimo, nelle fornaci della paura. Era la memoria della guerra. Ci è stata trasferita in una miriade di piccoli gesti e, a volte, di rimproveri. Alcuni di essi ci risultavano incomprensibili. Frasi come «non sprecare il pane». Oppure: «Non superare di corsa un vecchio». Ma anche: «Ascolta le ragioni degli altri».

Crescendo e studiando abbiamo compreso il perché di quelle prescrizioni che a volte ci irritavano o ci parevano anacronistiche. In effetti, le merendine avevano ormai stabilmente sostituito il pane e vivevamo in condizioni di sicurezza che credevamo definitivamente acquisite dal genere umano. Ma poi abbiamo capito. Non è stato facile perché le nostre madri, i nostri padri e i nostri nonni evitavano di dircela tutta. Abbiamo capito il senso di quegli ammonimenti: con pudore, con vergogna a volte, ci stavano trasferendo la memoria del disastro a cui avevano assistito quando avevano la nostra età. La memoria della guerra e dell’ideologia dissennata che l’aveva prodotta. La memoria del fascismo e del nazismo. Molti di loro, tra l’altro, ci avevano creduto. E le macerie erano ancora là. Con la contabilità della catastrofe. Con le prime immagini dei lager. A un certo punto abbiamo capito così tanto che molti di noi hanno cominciato a osservare con perplessità e con sconcerto le cerimonie spesso sciatte e formali con le quali veniva rievocato periodicamente quell’orrore. Abbiamo cominciato a domandarci perché mai i partiti che l’avevano combattuto, compreso quello che aveva come organo questo giornale, fossero così timidi e pudichi. E abbiamo deciso di scoprirlo da soli. Chi ha cominciato da «Marcia su Roma e dintorni» di Emilio Lussu, chi dalla biografia di Antonio Gramsci, chi dalle «Lettere dei condannati a morte», chi leggendo Vittorini, o Cassola, o Fenoglio, o Natalia Ginzburg. È stato emozionante e ci ha riempiti di orgoglio impadronirci della storia e capire quanto era stata dura. I più fortunati tra noi hanno compreso la fortuna della democrazia e sono cresciuti meglio.

Presidente Berlusconi – ecco, adesso ho dovuto reprimere l’impulso di scriverle «caro» per rendere più sincero e più accorato quanto le scrivo – non spezzi il filo. In questi giorni in ben due occasioni le è stata fatta una domanda banale, una domanda alla quale ognuno degli abitanti della casa comune dovrebbe rispondere in un istante, senza esitare. Le è stato chiesto, semplicemente, se lei si ritiene antifascista. Lei non ha risposto. Per due volte.

Presidente Berlusconi, ci ha inquietato vederla in questi anni a volte vestito con la camicia nera. Ma ci abbiamo scherzato. Abbiamo pensato che la indossasse perché il nero snellisce. Abbiamo creduto che per lei la camicia nera fosse come la crema sul viso o il trapianto dei capelli. E anche quando ha detto cose che avrebbero fatto inorridire alcuni dei nostri nonni, come quella battuta infame sui confinati dal fascismo che in realtà «andavano in villeggiatura», ci siamo sforzati di pensare che fosse solo una gaffe storica (come la volta che disse «Romolo e Remolo», ricorda?) o un effetto della necessità politica di compiacere i suoi alleati. Il fatto è che, pochi giorni fa, uno di quegli alleati, Gianfranco Fini, che tra l’altro non ci è affatto simpatico, ha detto delle parole chiare che fanno venire meno quella spiegazione. Insomma, presidente, lei non ha più alcuna necessità di compiacerlo. Almeno non in quel modo. Ma allora perché non risponde alla domanda, a quella banale domanda che è il filo dei valori condivisi? Forse è opportuno riformularla in modo ancora più esplicito, così che non ci siano più equivoci. Che non ci siano più dubbi tra il «caro» e l’«egregio». Per questo gliela poniamo, anziché in negativo, in positivo. Sono poche parole e per rispondere basta un attimo, il tempo di dire «sì» o «no»: «Presidente Berlusconi, a lei dispiace sentirsi dire fascista?».

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