PeR Chi ViaGGia iN diReZioNe oStiNata e CoNtRaRia

Stavo chattando con la compagna LiSa quando per caso leggo un suo intervento sul suo blog. Un intervento in cui raccontava il suo Freddie, e cosa significa per lei questo nome che per mille e mille persone può non voler dire niente.
E mi ritorna il mente l’undici gennaio di sette anni fa. Avevo undici anni e al tg1 stavano annunciando la scomparsa di uno dei più grandi cantautori italiani. Ma io non ascoltavo. Chi mai sarà stato di così grande quell’uomo che Genova tutta stava piangendo?
…Faber…
 
Non ti avrei mai capito prima di 14 anni.
Quand’ero piccola cantavo città vecchia, e tutti si scandalizzavano a sentir cantare da una bimba così piccina (nemmeno 6 anni) "una bimba canta la canzone antica della donnaccia"…
Era l’età in cui non sai ancora chi sono le ragazze che Faber cantava in tante sue canzoni… quelle che fanno innamorare gli uomini per denaro.
 
Adesso ti conosco, Fabrizio, e capisco le tue canzoni. So chi sono le persone che canti… e tu, tu che quel Dio che ci hai raccontato in tantissime canzoni non potevi capire perchè lo si chiamava con quel nome, tu che hai sempre detto che Gesù era un uomo passato alla storia col nome di Dio, non riuscivi a non cantarne le parole. "Pubblicani e prostitute vi passeranno davanti nel Regno dei Cieli", ed è quello che ci hai sempre detto anche tu.
 
Tu, che quel mattino d’inverno ti sei spento, sembravi ti fossi perso nella tua canzone-poesia Inverno.
 
Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo
 
Ma tu che vai, ma tu rimani,
vedrai che la neva se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate
 
Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.
 
Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.


Tu non sei tornato quando è tornata l’estate, semplicemente perchè non te ne sei mai andato.
Sei rimasto con noi, tu e le tue canzoni, il tuo sorriso e la tua mano che correva sulle corde della chitarra usando una sigaretta come plettro.
e ancora una volta mentre ascolto il canto del servo pastore tu sarai lì, vicino a me, e mi abbraccerai come sempre asciugandomi una lacrima o sorridendo con me.
 
Ciao, Fabrizio. Ti voglio bene.
 
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